San RoccoLettera del Parroco

e del Consiglio Pastorale Interparrocchiale

dopo la Processione in onore
del Patrono San Rocco 

                                (16 agosto 2014)

Nell’Esortazione apostolica “Evangelii gaudium” (24 novembre 2013), il Santo Padre Francesco, scrive: “Nel suo costante discernimento, la Chiesa può anche giungere a riconoscere consuetudini proprie non direttamente legate al nucleo del Vangelo, alcune molto radicate nel corso della storia, che oggi ormai non sono più interpretate allo stesso modo e il cui messaggio non è di solito percepito adeguatamente. Possono essere belle, però ora non rendono lo stesso servizio in ordine alla trasmissione del Vangelo. Non abbiamo paura di rivederle” (n. 43).
Il Beato Paolo VI, nella Lettera Apostolica “Apostolica sollicitudo” (15 settembre 1965), dice “scrutando attentamente i segni dei tempi, cerchiamo di adattare le vie ed i metodi... alle accresciute necessità dei nostri giorni ed alle mutate condizioni della società”.

Il Parroco – Arciprete don Pietro Jura e i membri del Consiglio Pastorale Interparrocchiale esprimono amarezza per  quanto è avvenuto nel corso della processione di San Rocco il 16 agosto scorso a Patrica. L’amarezza corrisponde nel constatare una vera e propria ferita inferta alla Comunità ecclesiale di Patrica, a tutti i devoti di San Rocco, in definitiva alla Chiesa che venera i suoi Santi e che atteggiamenti pretestuosi e prese di posizione ingiustificate hanno decisamente deturpato nel suo autentico volto mentre si cercava di vivere una serena, bella e gioiosa esperienza di fede nell’autenticità della tradizione cristiana.
La processione votiva in onore di San Rocco, compatrono della nostra Città, in cui si porta la statua a Lui dedicata e la Sua Reliquia, dovrebbe essere una manifestazione e testimonianza di fede del popolo credente.
Ma sotto il profilo della fede cristiana la processione in onore di un Santo, è sempre esposta ad alcuni rischi e pericoli (cf. DPPL 246)[1]. Essa non può armonizzarsi, confondersi o scendere a compromessi con prassi che derivano da forme di sincretismo magico-religioso, di ritualismo, di tradizionalismo o di folklorismo, privo di spessore ecclesiale e spirituale. E’ un atto di fede (e per questo si prega, si cantano gli inni e i canti religiosi, si chiede l’intercessione del Santo Patrono) che potrebbe diventare una concreta occasione di crescita personale e comunitaria.
 
E’ necessario, incentivare un cammino di approfondimento per ridurre le zone d’ombra che tradiscono la qualità autentica  della pietà popolare, per evitare che le nostre feste patronali, con le processioni in onore dei Santi, abbiano solo la parvenza del sacro; siano svuotate del loro contenuto cristiano e, di fatto, non rendono credibile la fede (tutto diventa tradizione: ma la tradizione senza la fede diventa un semplice folklore!).
Non possiamo nascondere, come Comunità ecclesiale di Patrica, tristezza e dispiacere per quanto accaduto durante la processione e, in particolare, per la grave profanazione della sacralità di una celebrazione religiosa. E’ evidente, pertanto, che la vera questione in gioco non è la difesa d’ufficio della persona del Parroco, ma prendere atto di una vera e propria ferita inferta alla nostra Comunità.
Di fronte allo spettacolo indecoroso offerto da taluni portatori della statua di San Rocco durante la solenne processione in Suo onore, c’è da porsi una domanda chiara e inequivocabile: cosa si segue, un Santo o una statua? Se si segue il Santo, ci si lascia contagiare dalla sua vita esemplare radicata nel Vangelo; se si segue una statua, si corre il rischio di collocarsi inevitabilmente in una prospettiva pagana che nulla ha a che vedere con la fede cristiana. Solo a partire da questa confusione si possono generare atteggiamenti e comportamenti  distonici con lo spirito cristiano e distanti anni luce da un autentico senso religioso.
Non si tratta, all’indomani di vicende a dir poco bizzarre, di assurgere a giudici degli altri ma, sempre nella carità e nell’amorevole correzione fraterna, di fare i conti con la verità. Anche in questo caso, va sempre operata una distinzione tra errore ed errante. Verso chi sbaglia, spesso in buona fede o infervorato dalle circostanze, bisogna saper esercitare l’amore fraterno, sempre riconoscendogli la dignità di figlio di Dio. Ma, proprio per questo, rispetto a certe cadute di tono, talvolta ai limiti della legalità[2], va espresso senza esitazione il proprio disappunto, la propria amarezza e, con coraggio profetico, la propria contrarietà. Non ci si può nascondere dietro un silenzio complice. Una fede pienamente vissuta, infatti, tende sempre a trovare motivi per riconciliarsi con le persone ma difficilmente può armonizzarsi, confondersi o scendere a compromessi con prassi sbagliate e prive di vera fede. Tolto il contenuto a un recipiente, rimane un contenitore traboccante di sola vacuità.
Ci chiediamo, allora, se in questa circostanza ci sia stata solo una mancata manifestazione della fede o forse anche e specialmente un difetto di chi, senza giudicarlo, non “vive la parrocchia”, non frequenta la Messa domenicale, non partecipa ai vari incontri preparatori delle feste parrocchiali…, ma vuole passare per il custode delle cosiddette tradizioni. Ci sembra quanto mai opportuno considerare, a tal proposito, le parole di Papa Francesco, pronunciate durante la sua recente visita in Albania, ma quanto mai illuminanti per una situazione come la nostra, che dobbiamo tuttavia saper trasformare in una grande opportunità di crescita umana e spirituale. Il Pontefice afferma con decisione che nessuno deve “farsi scudo di Dio mentre progetta e compie atti di violenza e sopraffazione”. Parafrasandolo, possiamo dire che nessuno deve farsi scudo di statue sacre per osannare la propria prepotenza. E’ violenza, sebbene psicologica, urlare, applaudire…, come allo stadio, minacciare, calunniare, non rispettare le indicazioni di chi ha competenza in materia liturgica, non obbedire all’autorità religiosa e alle leggi riguardanti le manifestazioni religiose dello Stato Italiano. Le nostre statue possono rifulgere d’oro e d’argento, avere addobbi preziosi, ma non sono nulla senza la luce di quello Spirito della Vita che alberga nella coscienza dell’uomo e anima la sua fede. Se dietro il simulacro non c’è più l’immagine vera del Dio trinitario, quello adorato da San Rocco, tutto si riduce drammaticamente a pura apparenza, a desolante vanità, a sottile potere autoreferenziale e autocelebrativo. La statua di San Rocco senza il riferimento a Cristo, senza fede, non rappresenta nessuno! E non serve invocare una presunta sovranità del popolo. Anche Israele, ricordiamo a tutti, abdicò al suo Signore per adorare un vitello d’oro. L’idolatria è profondamente contraria alla fede e non si può far finta di niente quando vengono tradite le istanze di fondo che dovrebbero muovere la sua testimonianza pubblica, come nel caso di una processione.
Parliamo di una fede costruttivamente dialogante, che non può però prescindere da una precisa identità. E questa identità, “cristiana”, deve dettare i criteri cui ispirarsi nel celebrare anche le processioni. Un’identità profanata, vilipesa, non rispettata da un’impropria commistione di sacro e profano, difesa in nome di una non ben identificata tradizione. Ma quale tradizione?[3] E quale popolo? Quello credente o quello miscredente che vuole assoggettare alle proprie “credenze” e prassi i valori alti del Vangelo, che invoca una tradizione ordinariamente ignorata e disertata.
Perché invece di prestare morbosa attenzione agli schiamazzi dei facinorosi, non si ascoltano gli sentimenti  di tanta gente che sta alla larga dai clamori di qualsiasi tipo? Perché non si guardano i volti di tanti fedeli e di tanti ammalati che hanno versato lacrime per questo scempio da mercanti nel tempio. C’è solo un popolo legittimato a pronunciarsi in materia di processioni: è quello che sente di appartenere vitalmente e responsabilmente alla Chiesa di Cristo Gesù, che vive ogni giorno nella preghiera e nella misericordia, che rispetta i suoi Pastori come ministri di Dio, che semmai esprime il dissenso nei modi civili che si confanno ad uno stile realmente evangelico.
Ci rivolgiamo a tutti i credenti di Patrica, dopo un tempo di riflessione sull’accaduto, di ricominciare ad essere comunità educante in ogni ambito della vita, di rifondare le ragioni del nostro credere, di rafforzare l’autenticità dell’istanza religiosa accanto alla maturità del senso civico.
Non si tratta di schierarsi da una parte contro l’altra, ma di guardare in modo rinnovato alla radice del credere, all’istanza di fondo dei gesti che rendiamo visibili a gloria di Dio. Diremmo allora che esprimere davvero solidarietà al Parroco di una Comunità ferita nella sua sensibilità da questo eccesso stravagante, significa oggi accogliere il suo invito alla misericordia e alla costruzione di una comunità unita, ristabilire sapientemente la concordia nel rispetto reciproco, nella verità, nell’identità e nella convivialità delle differenze, guardando insieme al bene comune come un valore irrinunciabile che tutti siamo chiamati a custodire.
Concludendo: il gravissimo fatto della processione di San Rocco ha offeso Patrica e impone azioni concrete. Le contestazioni di alcuni portatori, solo perché per i motivi pastorali e tecnici è stata accorciata la processione, hanno scavato un solco profondo, difficilmente colmabile, ha creato le nuove divisioni, ha aumentato le chiacchiere (anche su Facebook, con le immagini, i commenti e le riprese aventi poco a che fare con la fede e devozione sana) che fanno male e, come dice papa Francesco “uccidono la Chiesa”.
Il 6 dicembre (sabato) invito tutti i portatori della statua di San Rocco (da Patrica e da fuori), per la celebrazione della Santa Messa alle ore 17.00 nella Chiesa di San Giovanni battista, dopo la celebrazione si svolgerà un incontro, speriamo fraterno. Su indicazioni del Vescovo, S.E. Mons. Ambrogio Spreafico, sarà istituita una confraternita con uno Statuto proprio che tutti dovranno rispettare e che riunirà tra i suoi membri “non chi vuole portare semplicemente il Santo”, ma chi davvero lo vorrà fare in spirito cristiano e in obbedienza alle leggi della Chiesa.  
Siamo pronti a ricominciare insieme un cammino che aiuti tutti a vivere la bellezza dell’essere cristiani e a fare della venerazione dei Santi una concreta occasione di crescita personale.
Testo approvato ad unanimità in seduta Straordinaria del Consiglio Pastorale Interparrocchiale e del Consiglio Interparrocchiale degli Affari Economici del 15.10. 2014

[1] Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, Direttorio su pietà popolare e liturgia. Principi e orientamenti, Città del Vaticano 2002.
[2] E’ stato un reato in base al Codice Penale che nell’art. 405, intitolato “Turbamento di funzioni religiose del culto di una confessione religiosa”, dice: “Chiunque impedisce o turba l’esercizio di funzioni, cerimonie o pratiche religiose del culto di una confessione religiosa, le quali si compiano con l’assistenza di un ministro del culto medesimo o in un luogo destinato al culto, o in un luogo pubblico o aperto al pubblico, è punito con la reclusione fino a due anni. Se concorrono fatti di violenza alle persone o di minaccia, si applica la reclusione da uno a tre anni”. Il Parroco ha chiesto alle Forze d’Ordine di archiviare il caso e di non procedere con la denuncia!
[3] Le tradizioni a Patrica, riguardo alla festa di San Rocco, variavano dall’anno all’anno: la processione si svolgeva negli orari diversi, il tragitto spesso veniva cambiato e, per quanto riguarda lo spostamento della statua di San Rocco nella Chiesa Madre, lo si faceva anche nei giorni diversi (all’inizio del secolo XIX, la statua del Santo veniva portata nella Chiesa di San Giovanni, poi, dopo il crollo della Chiesa di San Rocco, essa fu conservata nella Chiesa di San Pietro, dopo la ricostruzione della Chiesa, inizialmente il 15 agosto e poi il 14 agosto [a partire dal 1975]). Solo nell’anno 1970 appare il bacio della Reliquia dopo la processione principale del 16 agosto. Per quanto riguarda la festa del cosiddetto “San Rocchito” – II Festa di San Rocco: controllando gli archivi di Patrica e in modo particolare i “Diari Parrocchiali” dal 1900 fino ad oggi, si può notare che della festa in oggetto non si parla prima del 1965. E’ stata introdotta dall’Arciprete don Mario Maura in memoria della riapertura, dopo più di cinquant’anni, della Chiesa di San Rocco (il 27 settembre 1964 è stata spostata processionalmente la statua di San Rocco dalla Chiesa di San Pietro e la consacrazione e l’apertura al culto avvenne l’11 ottobre dello stesso anno). Si svolgeva in questo modo: il giorno della festa di San Rocco, la statua, alla fine della processione, veniva portata a San Pietro, e poi, l’ultima domenica di settembre (pomeriggio) doveva essere riportata processionalmente, facendo “il solito giro” nella Chiesa di San Rocco. E così fu fatto nel 1965 e 1966. Nell’anno 1967, appena dopo due anni dall’introduzione (non si può parlare allora della tradizione!), troviamo questa nota nel Diario Parrocchiale: “Festa di S. Rocco. L’Arciprete avrebbe voluto riportare S. Rocco nella sua chiesa, subito dopo la processione per maggior comodità di coloro che vogliono far visita al Santo, ma pochi uomini, che conoscono più la cantina che la chiesa ed alcune donne isteriche, hanno sobillato la popolazione e così S. Rocco è stato portato a S. Pietro, dove (solitario e non più come in passato, quando la fede era più viva), se ne sta solo ed abbandonato, aspettando la seconda festa, che vuole farsi la 4a Domenica di Settembre” (p. 59). Così nasce la tradizione che strada facendo, stando sempre ai Diari Parrocchiali, andava peggiorando: pochi partecipanti alle Messe a S. Pietro (addirittura nel 1985, durante la Messa nella II Festa di San Rocco, erano presente 8 persone, di cui 3 bambini [p. 97]), la difficoltà per gli anziani di salire a S. Pietro, pochissimi portatori della venerata Statua (l’Arciprete don Francesco Maura, scrive: “dovevo andare in piazza e al bar in cerca di qualche volontario” [p. 103]), il rimandare frequente, negli ultimi anni, della processione per la mancanza dei portatori, i pochi partecipanti alla seconda festa, il continuo spostamento della festa (dalla fine di settembre, all’inizio di settembre, alla fine di agosto, al sabato successivo alla festa principale), ecc. A questo bisogna aggiungere le difficoltà tecniche riguardanti la Chiesa di San Pietro (di proprietà del Comune): chiusura, riapertura, apertura solo per tre giorni (poca chiarezza), transenne esterne e quelle interne (che apparivano e sparivano misteriosamente), il declino delle responsabilità civili (visto il degrado della struttura) da parte dell’arciprete don Pietro Jura (2012), ecc. Quest’anno, appena tre giorni prima della festa di San Rocco, il Comune ha firmato il documento con cui permetteva l’apertura della chiesa… Tutto ciò rende impossibile una programmazione della II Festa di San Rocco. Dopo le varie perizie tecniche fatte dal Comune, in data 27 ottobre 2014, con l’Ordinanza del Commissario Straordinario, dott.ssa. Stefania Galella, è stata chiusa la Chiesa di San Pietro Apostolo (Provv. 7 del 27.10.2014).