Licinio ReficeMons. Licinio Refice,

sacerdote, compositore e musicista

– a 60 anni dalla morte


LA TONACA CHE FECE PARLARE DI SÉ

di M° Giovanni Valle e Aldo Conti

All’esame per il diploma di composizione, che conseguì “con merito speciale”, Giovanni Sgambati disse di lui: “Questa tonaca farà parlare di sé”. Fu buon profeta, ma non era una rivelazione in senso stretto. Del neodiplomato si parlava già con insistenza come di un genius loci in Ciociaria e la sua fama si affacciava anche in Roma. Parliamo di Licinio Refice, del quale nel 2014 si commemora il sessantesimo anniversario della morte (1954 – 2014).


Nacque a Patrica (FR) il 12 febbraio 1883, in una famiglia che praticava la musica a livello dilettantistico. Nella chiesa dei Missionari del Preziosissimo Sangue, che il ragazzo frequentò con una certa assiduità grazie alle suore, sue maestre, si eseguivano funzioni in musica e vi era un laico che aveva una voce tenorile molto celebrata. Si aggiunga che nell’oratorio degli stessi Missionari, di tanto in tanto, venivano rappresentate operette teatrali, in musica, in prosa o miste. Gli elementi per individuare le radici di una vocazione musicale ben definita ci sono e legittimano quanto meno una fondata ipotesi: chiesa, musica, parole, teatro. C’è tutto il Refice adulto, profondo conoscitore dell’azione scenica e dei ritmi musicali ad essa collegati.

Don Edoardo Valenti, arciprete del paese e suo zio per parte di madre, ne sostenne gli studi superiori nei seminari vescovili di Ferentino e di Anagni. Furono anni nei quali il talento musicale del Refice si rivelò in tutta la sua evidenza. Nei giudizi scolastici, accanto ad un profitto lusinghiero in ogni materia, si trova scritto: “Molto ingegno per la musica”.
 
Purtroppo poté dedicarsi seriamente agli studi musicali soltanto dopo l’ordinazione sacerdotale (1905), a Roma: fu allievo di Ernesto Boezi, Remigio Renzi e Stanislao Falchi. Nel giugno del 1910, presso il Conservatorio “Santa Cecilia”, ottenne il diploma in composizione “con merito speciale”, presentando quale saggio l’Oratorio Chananaea, del quale faceva parte il celeberrimo mottetto Exulta et lauda (1909).

Insegnante nel Pontificio Istituto di Musica Sacra, a capo della Cappella Liberiana, che era stata del Palestrina, fu operoso come direttore e come compositore. La gran parte delle sue musiche fu direttamente o indirettamente legata all’incarico di Maestro di Cappella in Santa Maria Maggiore. Anche la metà delle circa quaranta messe si rifanno all’ufficio liturgico in Basilica. Le altre gli furono commissionate da privati. Alcune sono veri gioielli, ricche di impeto e di abbandoni, rivelazione di un temperamento drammatico che gli faceva considerare la celebrazione liturgica una vera rappresentazione drammatica: non a caso viene definita Santo Sacrificio. Il Refice, però, comprendeva bene che il teatro vero, in musica, è l’Opera e il suo luogo di elezione è il palcoscenico. Per accedervi, la famosa tonaca evocata dallo Sgambati, gli pesava addosso più di una campana di bronzo. Come avrebbe potuto, sotto il Pio X della riforma antimodernista, accedere nei luoghi più profani della cultura, nei teatri lirici frequentati dalla mondanità, tra dive del bel canto e corpi di ballo? Già più d’una volta aveva avuto difficoltà con le autorità religiose per l’eccessivo protagonismo nelle partiture liturgiche. Refice si accontentava del “quasi teatro” che intravedeva negli Oratori, la formula musicale portata ai vertici da Giacomo Carissimi e risuscitata con grande successo in quegli anni da Lorenzo Perosi. Refice, però, amante della comunicazione totale, preferiva i testi in italiano, anziché in latino, sebbene il rivestire di musica le parole latine avrebbe potuto facilitargli il compito. Il Martyrium Agnetis Virginis (1919) è notevole, ma in latino. Nacquero poi Dantis poëtae transitus (1922), in italiano nonostante il titolo, su testo di Giulio Salvadori; il Trittico Francescano (1926), su testo di Emidio Mucci; La Samaritana (1933). Con i titoli citati e con altre composizioni sinfonico-vocali, come per esempio il celebre Stabat Mater (1916), Refice aveva potuto accedere alle grandi sale da concerto, in Italia e all’estero. Scalpitava, però, per conquistare il palcoscenico e pertanto, già negli anni Venti, si era messo a comporre un’opera lirica, che chiamò prudentemente Azione Sacra in tre episodi e quattro quadri, intitolata dapprima Santa Cecilia (1922) per ulteriore prudenza, ma poi detta semplicemente Cecilia, destinata a rimanere nel cassetto per alcuni anni. Solo nel clima distensivo della Conciliazione fu possibile metterla in scena. Refice aveva sperato di vederla rappresentata per l’Anno Santo ordinario del 1925 e invece il suo desiderio si compiva in quello straordinario della Redenzione, 1933-1934. Il testo di Emidio Mucci narra la vicenda della martire cristiana. La prima, al Teatro Reale dell’Opera di Roma il 15 febbraio 1934, fu un trionfo clamoroso, anche grazie all’interpretazione infuocata che ne dette Claudia Muzio. Il successo si ripeté con altre interpreti negli anni seguenti, nei maggiori teatri del mondo. Seguì una nuova opera: Margherita da Cortona. Un’altra santa, ma questa volta con materia adeguata al genere musicale, perché la protagonista della vicenda, prima della conversione, fu donna dalle forti passioni. L’opera fu considerata di pregio e fu rappresentata in prima assoluta al Teatro alla Scala il 1° gennaio 1938, replicando lo straordinario successo in vari teatri del mondo.


A marcare la propria vocazione operistica Refice intraprese la composizione di due nuove opere teatrali, una su San Sebastiano e l’altra, intitolata Il Mago, sulla figura di Simone nell’episodio degli Atti degli Apostoli (8, 9ss). Purtroppo il primo lavoro non fu neppure incominciato, mentre il secondo rimase incompiuto alla fine del primo atto. Erano intanto fioriti L’Oracolo (1944) e Lilium Crucis (1950), in italiano, quest’ultimo sul modello del Dantis poëtae transitus, con interventi recitati.

La morte colse il musicista a Rio de Janeiro durante le prove di Cecilia, l’11 settembre 1954. Nella circostanza l’opera fu eseguita con gli interpreti recanti il lutto al braccio: protagonista la giovane soprano Renata Tebaldi, della quale Refice aveva intuito il valore eccelso.

Per molto tempo il ricordo di Refice è stato mantenuto vivo da quanti lo conobbero direttamente, ma l’oblio, trascorsi i primi decenni dalla sua scomparsa, rallentò il propagarsi di una produzione musicale sacra semplicemente meravigliosa. Si dovrà attendere fino agli anni ’80, quando il Maestro Daniele Paris, fondatore del conservatorio musicale di Frosinone dedicato a Licinio Refice, inizierà a ri-proporre le pagine monumentali del genio patricano. Ulteriori contributi storico-musicologici si devono a don Michele Colagiovanni: fu lui ad intuire per primo la necessità di dare alle stampe un volumetto (Licinio Refice: Appunti e Spunti Biografici), che può a ragione essere considerato il punto di svolta per una rinnovata attenzione intorno all’opera di Licinio Refice.

Da un punto di vista archivistico e musicale, invece, il contributo dato dal compianto Maestro Giuseppe Marchetti ha permesso, in oltre trent’anni di ricerche, la stesura finale di un catalogo definito e puntuale, unitamente alla prima biografia del Maestro di Patrica corredata da articoli, riferimenti personali, resoconti di viaggi e attività concertistica.

Dopo i primi passi condotti assieme ad Antonio d’Antò e Diana Cappadozzi (Premio Refice per strumentisti e voci liriche; incisione dello Stabat Mater per Soli, Coro e pianoforte e Missa Cantate Domino Canticum Novum) il lavoro instancabile di catalogazione, pubblicazione ed incisione discografica è stato realizzato da pochi pionieri stretti attorno all’associazione Pro Loco di Patrica, al suo Presidente Aldo Conti e al Maestro Giovanni Valle. Vale la pena ricordare che ancora oggi, a distanza di oltre venti anni, tale attività continua senza sosta. L’obiettivo primario nascente sul finire degli anni Novanta fu quello di diffondere, una volta catalogata, le partiture di Licinio Refice, poiché un musicista può essere ricordato e commemorato solo attraverso l’esecuzione “viva” della propria opera.
Si ricordano pertanto le pubblicazioni cartacee e discografiche Liriche da camera o la Musica Strumentale Inedita (a cura di Giuseppe Marchetti, Giovanni Valle e Francesco Marino), piccoli capolavori oggi eseguiti in tutto il mondo.

Fondamentale la ricostruzione di Oratori quali la Chananaea (a cura di Valentino Miserachs Grau, Giuseppe Marchetti e Giovanni Valle) o La Samaritana (a cura di Giovanni Panella): pagine dense di una sapiente arte compositiva.

Oltre a sei pubblicazioni discografiche (per ARES, Phoenix Classics, OMA, Valle Giovanni Edizioni), tavole rotonde, concerti lirico-sinfonici, convegni internazionali e dibattiti intorno alla figura del Refice sono stati promossi in Italia e in Sud America, dove la nota Soprano Adelaida Negri è indiscussa protagonista di quella che possiamo definire una “Primavera reficiana del Terzo Millennio”. Cecilia, La Samaritana, lo Stabat Mater hanno ricevuto plausi in terra argentina, dimostrando ancora una volta la modernità del linguaggio reficiano.

Renata Scotto, Robin Follman, Jonas Kaufmann, Arturo Sacchetti, Valentino Miserachs Grau, Adelaida Negri sono solo alcuni dei nomi che hanno contribuito artisticamente a promuovere l’Arte di Licinio Refice.

Grazie a questo lavoro instancabile oggi in tutto il mondo si parla di Licinio Refice. Grazie a Licinio Refice oggi in tutto il mondo si parla anche di Patrica.